Con gli inizi di ottobre – quest’anno il 7 – è tornata la Marcia della Pace. E sempre un motivo nuovo per farla: quest’anno i cento anni dalla fine della Grande Guerra, i cinquanta dalla
scomparsa di Capitini, i settanta dalla firma della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Ad oltre mezzo secolo da quel primo corteo con in testa lo stesso fondatore Aldo Capitini, per capirne meglio l’evoluzione basta riguardare quella sfocata immagine del 1961 e
quelle degli anni appena successivi.
Poche le bandiere, pochi gli slogan, nessuna forzata ostentazione propagandistica, nessun professionista della pace a promuoverla, ma soprattutto nessuna intenzione di apparire
tanto per farsi vedere. Li vedi in modo chiaro, un corteo di gente seria, mossa dai soli ideali.
Era uno spezzone di Paese che marciava a cento anni dalla sua Unità nazionale, con un miracolo economico che entrava in una fase cruciale e, in Umbria, i contadini lasciavano
la terra per avviarsi al lavoro in fabbrica. Sembrava di stare tutti bene, ma c’era ancora l’ombra del terrore della guerra fredda e, anche se cessata, occorreva ribadire la necessità di
allontanare per sempre quella minaccia di fine del mondo.
Da qui la necessità di dirlo al mondo e Capitini volle farlo soprattutto da Assisi, consapevole di poterci riuscire.
Per questo, in quelle strade ancora fresche di asfalto, non potevano che esserci tutti, quelli di sinistra accanto ai cattolici, ai laici, agli intellettuali di allora, una razza di menti
libere ormai in via di estinzione.
A guidare quella fila di gente era la cultura, il motore più sano della civiltà vera, e non la politica: la differenza con le marce del 2000 sta tutta qui.
C’erano, sì, anche allora i politici, ma erano assenti i partiti e le loro passerelle.
Mai nessuno potrà dire di essere contrario alla diffusione ed esaltazione della non violenza e della pace, condizione primaria di vita: per questo, ad Assisi, se non si potrà o vorrà
marciare, si faccia spesso una sosta di riflessione lungo la strada Mattonata dove, dopo l’11 settembre 2001, per un lungo tratto sono stati incisi i nomi delle vittime di quella
tragedia dell’umanità intera nell’attentato alle torri Gemelli.
Un disastro che ha modificato la vita in ogni sua espressione, dall’economia alla cultura, dalla sicurezza internazionale a quella personale, persino nel modo di viaggiare.
Purché comunque in ogni marcia non ci sia chi ci marcia.

Paola Gualfetti

Categorie: Editoriale

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