IL “PERDONO” ANNI ’40
I “ciociari” in ginocchio pregando e cantando e l’atrio della Basilica sempre aperto

Lascio la parola ad un angelano, Giorgio Zucchetti, che così trattiene nella memoria i segni più salienti di un Perdono chiesto da gente povera ma ricca di fede e devozione.

Sarà stato il 1945 o1946, prima ancora che la Madonna “si muovesse”. La seconda guerra era appena finita e i fedeli cominciavano a tornare in pellegrinaggio alla Porziuncola, il solo luogo in cui all’epoca era possibile ottenere l’Indulgenza. Erano tempi difficili caratterizzati da una miseria oggi quasi inimmaginabile, e i trasporti pressoché inesistenti.
Per l’occasione molti pellegrini, poveri ma ricchi di fede, venivano anche a piedi affrontando giorni e giorni di cammino pur di arrivare a Santa Maria degli Angeli in tempo per il primo agosto.
Per noi erano quasi una curiosità, erano “I Ciociari”, anche se, per la verità, oltre che dal Frusinate provenivano dal Molise o dall’Abruzzo.
Si trattava per lo più di povera gente senza soldi per andare in albergo o affittare un alloggio decoroso. Molti trovavano riparo nei fondi o nelle cantine del paese (dove i proprietari li “rimettevano”) a gruppi di dieci o quindici dormendo sul pavimento coperto di paglia.
Per questi miseri alloggi pagavano dieci lire.
Quelli che non potevano permettersi neppure questa modesta spesa dormivano sotto “le Logge” o nell’atrio della Basilica, i cui cancelli erano sempre aperti di giorno e di notte.
Di servizi igienici, docce e simili, neppure a parlarne.
Lascio perciò immaginare quali effluvi potessero emanare da questi due posti o dai corpi di persone reduci da cinque, sei o sette giorni di marcia.
La mattina della festa, pregando e cantando, i nostri “Ciociari” entravano in chiesa e percorrevano la navata centrale, a volte in ginocchio (dopo che per motivi igienici egli anni precedenti era stato proibito di strisciare sul pavimento con la lingua) fino alla Santa Cappella,
ripetendo il percorso anche più volte e ottenere così la sospirata “indulgenza”.
Ripeto, era povera gente che se non aveva i sodi per affittare una stanza per dormire figuriamoci se ne poteva avere per andare a mangiare in trattoria o in una pizzeria o in una tavola calda che, comunque, all’epoca non esistevano. Mangiava quello che si era portata da casa dentro una valigetta di cartone o un pacco che le donne camminando tenevano in equilibrio sulla testa.
Nei pressi della Basilica, poco dietro il distributore di benzina di Mela, c’era una fontanella alla quale una volta vidi avvicinarsi un uomo. A me, che avrò avuto una decina di anni, sembrava vecchio. In realtà sarà stato un cinquantenne, o forse meno, con la barba brizzolata, lunga
dopo i vari giorni di viaggio, con una misera borsetta di stoffa a tracolla, una specie di tascapane, da cui tirò fuori un pezzetto di formaggio e un tozzo di pane duro per
ammorbidirlo sotto l’acqua della cannella. Aveva un viso sereno di quelli che sono in pace con se stessi e con la propria coscienza. Si accorse che lo guardavo e, con un sorriso dolce, mi offrì di partecipare al suo povero pranzo e condividere con lui quello di cui disponeva, un pezzo di
pane secco e un morso di formaggio. Rifiutai, ringraziandolo, e me ne tornai pensieroso a casa
dove per me e per la mia famiglia a pranzo e a cena c’era sempre una tavola apparecchiata”.

Giorgio Zucchetti

Categorie: Editoriale

1 commento

Un commentatore di WordPress · 11 luglio 2018 alle 16:28

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